domenica 25 dicembre 2011

CASA DOLCE CASA: QUANTO MI COSTI!





di Luca Parravicini


Di questi tempi la premessa è d'obbligo: l'Imu non è la nuova futuristica genialata di Steve Jobs & Apple. Imu sta per Imposta Municipale Unica e trattasi dell'ultimo pomo della discordia. 


La sua è storia recente e si aggiunge  alle variegate riforme al regime di tassazione immobiliaresusseguitesi negli anni. Oggi i comuni tassano la proprietà immobiliare con l'Ici, escludendo dall'imposizione la prima casa. Dati alla mano il tributo garantisce ai comuni italiani un gettito di 9,2 miliardi di euro.


 Il governo Berlusconi, nel quadro del federalismo fiscale, aveva introdotto, a partire dal 2014, l'Imu in sostituzione dell'Ici, con incasso previsto di 10,8 milardi di euro. Con il governo Monti arriva però la vera bastonata: oltre alle seconde case, l'Imu rivista ed integrata dall'attuale esecutivo sottopone a prelievo anche la prima casa (al 4 per mille) e contestualmente gonfia la base imponibile intervenendo sulle rendite catastali.


 Una gallina dalle uova d'oro: l'Imu versione "tecnocratica" costerà agli italiani 21,4 miliardi di euro, 10,6 in più rispetto al tributo pensato dal precedente esecutivo. Dulcis in fundo, la beffa: di queste nuove risorse non un euro resterà in tasca ai comuni. 


Lo stato sterilizza i benefits comunali della manovra chiedendo ai sindaci di arretrargli 9 miliardi di euro e tagliando i trasferimenti statali ai singoli comuni a titolo di fondo perequativo per 1,6 miliardi di euro (per un di totale 10,6 miliardi). 


Il comune non incasserà un euro del nuovo gettito, ferma restando la possibilità per i Sindaci di intervenire maggiorando, nei limiti della legge, le aliquote base dell'imposta e garantendo un introito  maggiore all'ente. 


Una discrezionalità che i singoli comuni potranno sfruttare a caro prezzo: con aliquote-base già alte e livelli di pressione fiscale ormai insostenibili, ci vuole coraggio a imporre ai cittadini nuovi incrementi e nuovi sacrifici.


 In sintesi, Le tasse aumentanto, ma le risorse a disposizione dei comuni rimarranno con ogni probabilità invariate. Alla faccia delfederalismo, panacea di tutti i mali per più di una parte politica. Anche di quelle che l'Imu l'hanno votata.

sabato 24 dicembre 2011

UN PALLONE AL… CALCIO




di Fabio Lemmo

Pochi mesi dopo lo smantellamento di una organizzazione criminale che truccava le partite, di cui tra gli altri faceva parte Beppe Signori, ancora una volta, con alcuni degli stessi protagonisti (vedi Doni dell’Atalanta), un gruppo ben nutrito di calciatori e dirigenti facevano combine per truccare gli esiti delle partite.

Dal primo e più famoso fenomeno del calcio scommesse del 1982, ben poco è cambiato nello sport italiano. Anzi se prima le cricche che taroccavano le partite erano italiane, oggi ci si avvale anche di scommettitori e fondi esteri, come quelli rintracciati nell’Asia orientale dalla Guardia di Finanza.

Come sempre il mondo del pallone e il nutrito gruppo di benpensanti si è subito mosso a giudicare e condannare il fenomeno, e alcuni magistrati sorridendo in televisione dichiarano che un’altra vittoria per la giustizia è stata raggiunta. Addirittura il difensore del Gubbio Farina verrà convocato nella nazionale maggiore per la sfida di febbraio contro gli Stati Uniti.

Quello che sappiamo benissimo che accadrà, è che come le teste dell’idra, anche questi fenomeni criminali si riformano uno dietro l’altro. La verità è che si continuano solo a smantellare ed arrestare figure marginali ma mai i personaggi chiave che tramano alle spalle degli sportivi e tengono le redini del gioco in mano.

Come possiamo debellare il fenomeno scommesse quando anche per i minori è così facile accedere al gioco? Come possiamo sconfiggere questo cancro se chi viene scoperto a truccare le partite non viene radiato se non dopo almeno la seconda denuncia? Come possiamo far si che il calcio, seppure milionario, rimanga un gioco se gli stessi atleti minacciano i compagni onesti e non c’è alcuna cultura dello sport?
I governi che si susseguono, cosa hanno veramente fatto per lo sport se non usarlo come bacino economico da tassare e salassare economicamente?

Il calcio non è più il traguardo finale di uno sportivo ma è il trampolino di lancio per guadagni facili per i più forti o per reality show per i meno dotati. Stiamo rovinando lo sport più bello del mondo tifando non più per la nostra squadra ma per quella che vincendo o perdendo ci farà guadagnare dei soldi.

Finché non recupereremo i valori dello sport, la situazione non potrà che peggiorare. Se chi guadagna milioni di euro è tentato verso la frode, chi guadagna molto meno, cioè la maggioranza, quanto potrà ancora resistere alla tentazione?

Vogliamo un calcio pulito, che non sia più usato come strumento di guadagno per alcuni ma per infiammare i cuori dei tifosi che vedono come una delle ragioni di vita i colori delle maglie delle loro squadra.




martedì 20 dicembre 2011

Il DECRETO AFFOSSA ITALIA



di Fabio Ciannamea

Un viaggio a senso unico, quello dei carburanti in Italia, che non arrestano la loro infinita corsa al rialzo collezionando record di rincari uno dietro l'altro.

L'Italia ha i prezzi del carburante più alti d'Europa e i gestori degli impianti si trovano sempre più stretti tra la morsa dei grandi gruppi fornitori e la rabbia dei clienti per il prezzo esposto alla pompa.

Dunque la situazione, già critica in precedenza con il prezzo dei carburanti che superava ampiamente quota 1,6 €/L, è stata indubbiamente aggravata dalla nuova manovra del governo Monti.
Ma dissanguare fino allo stremo gli automobilisti, già vessati  dal "superbollo" è sembrata la strada più veloce e facile da percorrere per riempire le casse dello Stato.Attualmente con l'aumento dell'IVA al 23%  
il rincaro ammonta a circa 10 centesimi per la benzina, 13,6 centesimi per il diesel, 2,7 per il GPL e 4 millesimi al metro cubo per il metano.
I prezzi raccomandati ai gestori per il servito sono saliti a livello medio nazionale a 1,715 euro/litro per la benzina, 1,705 euro/litro per il diesel e 0,750 euro/litro per il GPL.


Ma tenetevi forte perché non è tutto.Il Decreto salva Italia stabilisce tra le altre cose che a partire dal primo gennaio 2012 le accise aumentino ancora: da 622 a 704,2 millesimi per litro di benzina; da 481,1 millesimi a 593,2 millesimi per litro di gasolio; 267,77 millesimi per il GPL e 0,00331 euro per metro cubo di metano. Si legge poi nel decreto che a decorrere "dal primo gennaio 2013, l’aliquota di accisa sulla benzina e sulla benzina con piombo nonché l’aliquota di accisa sul gasolio usato come carburante, di cui all’allegato I del testo unico richiamato nel comma 1, sono fissate, rispettivamente, ad euro 704,70 per mille litri e ad euro 593,70 per mille litri".


Il meglio dunque, come si usa dire, deve ancora venire.Il Premier Monti ha più volte dichiarato che l'aumento delle accise sui carburanti era indispensabile, ma anche a chi non è un esperto di economia viene facile capire che le ripercussioni sull'aumento del prezzo della benzina e del gasolio non si ripercuote solo sulle tasche degli italiani, ma ha anche effetti collaterali da far rallentare ancora di più l'economia affossando ulteriormente i consumi e il potere di acquisto della gente.Infatti è ovvio che se i prezzi del gasolio crescono, anche i prezzi dei beni trasportati crescono in misura proporzionale.


E allora dov'è l'utilità di un Decreto che dovrebbe salvare l'Italia, ma che in realtà ammazza l'economia e il consumo?E' così difficile capire che continuare a prender soldi agli italiani in maniere così subdole è solo dannoso?Più che un Decreto salva Italia sembra un Decreto "tutto e subito" finalizzato ad accontentare i nostri padroni dell'Unione Europea e le banche più che a ridare respiro a conforto ai cittadini italiani.

venerdì 16 dicembre 2011

GUERRA TRA POVERI





di Fabio Lemmo

La manovra economica del nuovo esecutivo Monti ha senza alcun dubbio una serie di difetti strutturali e rischia di lasciare sul lastrico centinaia di famiglie italiane che si troveranno ad affrontare spese fuori dalla loro portata. È altresì valido il teorema secondo il quale dobbiamo essere per primi noi cittadini a fare qualcosa di concreto per migliorare la situazione economica e politica del paese, dato che i governi susseguitesi nei decenni non hanno risolto i problemi storici dell’Italia.

La risposta dei lavoratori e dei cittadini non può però essere il continuo uso e abuso del fattore sciopero. Questo strumento di protesta che da anni milioni di lavoratori adoperano, con il passare del tempo ha perso la sua forza d’impatto; scioperare il venerdì o il lunedì per allungare i weekend ormai è una mossa, che se fatta in una partita di scacchi, porterebbe a subire uno scacco matto.

Questo perché nel nuovo millennio, lo sciopero è un arma che colpisce solo gli utenti e gli stessi lavoratori. Scioperi dei trasporti come quelli delle giornate del 15 e 16 dicembre creano solo quel caos che non permettere a chi ogni giorno va a guadagnarsi lo stipendio, di servirsi dei mezzi per poter evitare l’uso del trasporto privato e non intasare le ormai già sature arterie viabilistiche italiane.

Vista l’alta percentuale di abbonamenti rispetto ai biglietti singoli per ogni società di trasporto pubblico, uno sciopero permette alle stesse di avere un introito comunque sicuro sullo quota abbonamenti ma nessuna spesa visto che i mezzi sono fermi.

Allo stesso tempo, i dipendenti che più o meno volontariamente aderiscono allo sciopero, col passare del tempo vedono la loro figura sempre più presa in antipatia dai viaggiatori che si vedono sospeso un servizio sempre negli stessi giorni e sempre senza alcuna miglioria.

Agli occhi di chi guarda lo sciopero risulta poi più evidente come nessuno di questi sia fatto per il bene comune ma solo per il bene di pochi sindacalisti che poco si interessano dei lavoratori e degli utenti.

Come se non bastasse,poi, in un momento storico in cui le polveri sottili e l’inquinamento sono giunti a soglie di assoluta emergenza, fermare i mezzi pubblici e aumentare i mezzi privati inquinanti crea solo maggior danno alla salute dei cittadini e degli stessi scioperanti.

Crediamo dunque che lo sciopero nel mondo moderno, governato da grandi banche e finanzieri, non sia più un arma utile per le lotte di classe e di popolo ma serva solo a punire chi meno può difendersi. Lo strumento migliore sarebbe quello di smettere di farci la guerra tra noi cittadini e agire come un corpo unico che con spirito civico giorno per giorno lavora per migliorare la qualità della propria vita e di quella degli altri.

martedì 13 dicembre 2011

LE INSIDIE DEL "POLITICAMENTE CORRETTO"



Quante volte si è sentito parlare di società multiculturali o di ideologia multiculturale come evoluzione naturale della società moderna.Tante, forse troppe; così tante volte che l'invocazione al "politicamente corretto"ha fatto forse perdere di vista la reale incidenza del problema.

Confondere il multiculturalismo ideologico, tanto di moda, con il pluralismo è un errore che sovente viene fatto da chi si fa portavoce di società, a loro dire, evolute.

Sostenere il multiculturalismo senza cognizione di causa vuol dire incoraggiare culture differenti a vivere separate, ai margini della società.Un paese che sostiene queste ideologie diventa inevitabilmente un luogo di ghetti, incomprensioni ed emarginazione.Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti, ma la società, passivamente tollerante, chiude gli occhi e si fa forte dell'ideologia multiculturale, dell'ideologia del vivi e lascia vivere.

Basti pensare agli attentati di Londra del 2005.Bombe su autobus e metrò, azioni pianificate e messe in atto da ragazzi cresciuti e a volte anche nati in Gran Bretagna.Cosa significa questo?Che incoraggiare la separazione delle culture all'interno di una società civile può portare ad aberrazioni simili, di inglesi che ammazzano brutalmente altri inglesi in nome della diversità culturale.

Permettere a un padre di scegliere un marito per la figlia e segregarla in casa se rifiuta non è essere aperti ad accettare nuove culture, vuol dire essere miopi e anche un po' menefreghisti.Pensare di risolvere i problemi dell'integrazione degli immigrati trincerandosi dietro il falso buonismo e lo "scudo" del multiculturalismo ideologico è pericoloso e poco lungimirante.

Le moderne nazioni multietniche dunque devono avere il coraggio di respingere il multiculturalismo ideologico e abbracciare il pluralismo come valorizzazione delle diversità.Che lo vogliate o no bisogna cercare di coinvolgere i nuovi arrivati in progetti comuni in modo tale da non avere un'Italia per "noi" e una per "loro", ma un'Italia per tutti.Dare diritti, ma anche doveri agli immigrati e alla base del futuro del nostro paese ma anche della nostra civiltà.

Confrontarsi con la realtà di tutti i giorni aiuta a percepire la dimensione del problema.Sempre più piccole e grandi città hanno zone "off limits" dominate da criminali che vivono ai margini, di centri di aggregazione clandestini non autorizzati e quindi non controllabili che diventano luoghi in cui l'ignoranza e la paura alimentano contrasti e incomprensioni.

Credo che la soluzione sia fornire a chi cerca una vita migliore nel nostro Paese non solo la possibilità di godere di privilegi negati nei paesi di origine(diritto allo studio, diritto ad avere un lavoro, assistenza sanitaria gratuita) ma fornire una visione della società e della nostra cultura alla quale sentano davvero di poter appartenere a tutti gli effetti, rispettando regole e sentendo propri non solo i   diritti ma anche i doveri.








lunedì 12 dicembre 2011

UNA FERITA ANCORA APERTA



di Fabio Lemmo


Sono le 16:37 minuti di un 12 dicembre qualunque, un giorno che come tanti altri è speso dai milanesi tra regali di Natale, lavoro in ufficio e qualche passeggiata nel centro, per ammirare il fascino natalizio di piazza Duomo e dintorni. Poi tutto cambiò. Poi tutto fu diverso. Sono passati 42 da quel tragico pomeriggio di fine autunno, quando alla banca nazionale del lavoro di piazza Fontana un ordigno fece una strage di innocenti, uccidendo 17 persone e ferendone 88. Nelle stesse ore, il tentativo destabilizzante dei terroristi colpì con minori conseguenze, la città di Roma con altri due ordigni.

Con la strage di piazza Fontana si dà simbolicamente inizio a quella che viene chiamata “strategia della tensione”, cioè quella serie di azioni volte a destabilizzare l’Italia attraverso un susseguirsi di attentanti, aggressioni, omicidi e tumulti, che hanno caratterizzato tre decenni del nostro paese. In questa vera e propria guerra, migliaia di cittadini, esponenti delle forze dell’ordine, giornalisti, magistrati e chiunque si opponesse a queste frange armate, ha perso la vita o è stato gravemente ferito e mutilato, venendone irrimediabilmente segnato a vita.

Dopo più di quarant’anni, ben 8 processi e una serie innumerevole di interrogazioni parlamentari, non si è ancora giunti all’individuazione ne dei mandanti della strage, ne tantomeno di chi materialmente l’ha compiuta.

Famiglie distrutte e una intera nazione cercano invano da anni di poter dare se non una condanna, almeno un volto a chi brutalmente ha ucciso delle persone che hanno avuto come unico torto quello di essere in fila a degli sportelli bancari.

Se la storia la fa chi vince, viene immediatamente facile capire come uno degli attentanti più sanguinosi del nostro paese sia stato attribuito agli ambienti anarchici di destra; fa anche un po’ sorridere come per decenni le persone abbiano usato la parola destra e la parola anarchia come unico vocabolo quando chiunque un po’ avvezzo alla storia sa che i due termini sono l’uno all’opposto dell’altro, come il bianco e il nero,e anzi visto il tema, come l’Italia e la verità.

Per anni la demonizzazione della destra da parte di una maggioranza catto-comunista che ha portato l’Italia anche ai problemi di oggi, ha fatto si che la verità venisse occultata e che le indagini subissero depistaggi e continue interruzioni. Ricordiamo come in una sede clandestina delle brigate rosse furono ritrovati addirittura documenti su un indagine interna alle stesse brigate che cercavano di capire se l’attentato potesse essere scaturito da militanti fuori controllo.

Difendere gli estremi è impossibile ma soprattutto ingiusto, chi in quegli anni ha sbagliato, sia di destra che di sinistra andrebbe punito e condannato senza se e senza ma. Ma non si può avere una giustizia vera se non viene riconosciuto anche il ruolo dello Stato in tutte le stragi e attentati che hanno colpito l’Italia e che hanno creato quell’odio che ancora oggi divide vecchi e soprattutto giovani, che nascosti dietro bandiere e ideologie quasi fanatiche si combattono nelle piazze come fossero campi di battaglia.


Servizio originale del telegiornale nazionale poche ore dopo l'attentato


venerdì 9 dicembre 2011

E IO PAGO!



di Fabio Ciannamea

Sia chiaro, pagare le tasse è un dovere civico ineludibile e perdere di vista questo principio basilare per la convivenza civile è un errore che costa sempre più caro alle tasche degli italiani.

La credenza che pagare le tasse sia un tacito assenso a subire un'angheria da parte dello Stato è un'idea molto diffusa in Italia oltre che errata.Le imposte sono il modo più civile che la società conosca per contribuire a rendere efficienti servizi essenziali come la sicurezza, l'istruzione, la salute e l'ambiente.

Perchè le tasse possano svolgere il loro ruolo di garante per l'efficienza dello Stato devono, a mio parere, avere una caratteristica fondamentale, una "condicio sine qua non" basilare per far percepire all'utente la loro utilità:essere eque.

L'equità in Italia è un principio dimenticato e ignorato in molti ambiti, fiscale compreso.A gravare sulle nostre tasche infatti non ci sono solo spese "ordinarie" ma anche tasse assurde incredibili e ai limiti del grottesco.

Nella nostra amata Penisola si paga di tutto:si paga la tassa sui gradini che è imposta ai proprietari di case che hanno i gradini di ingresso su una strada pubblica, si paga la tassa sull'ombra quando la tenda o l'ombrellone di un locale invade con la sua ombra il suolo pubblico.
Ancora, si paga la tassa per l'uso del tricolore:è piuttosto recente il caso di un cittadino di Desio che si è visto richiedere un importo di 280 € per aver esposto fuori dalla sua attività la bandiera dell'Unione Europea e quella del tricolore italiano.

Le "bizzarrie" del nostro sistema fiscale non finiscono qui, potrei portarvi ancora molti esempi capaci di strappare più di un sorriso, ma mi limiterò a citarne ancora uno davvero incredibile.In Italia paghiamo una tassa sulle centrali fantasma:nella bolletta elettrica i consumatori pagano un fondo per un premio ai Comuni che ospiteranno centrali nucleari.Si paga 1 € ogni 5000 kwh.Probabilmente non ci saranno centrali nucleari per almeno i prossimi 10 anni, ma intanto la bolletta continua ad addebitare questo costo.Si pensi che  una media/piccola impresa, che consuma all'incirca 1 milione di kwh annui, paga di tasse, tra imposte erariali e addizionali varie, grosso modo 15.000€ l'anno.

E' dunque necessario pagare le tasse, ma è anche necessario far percepire ai cittadini la loro utilità.La mancanza di equità e anche, mi permetterei di dire, serietà della natura di alcune imposte ha un effetto contrario sulla psicologia degli utenti che, a torto o a ragione, le percepiscono come un'ingiustizia perpetrata dallo Stato ai loro danni.

Tutto questo non fa che aggravare il fardello dell'evasione fiscale.I nostri amministratori nella loro miopia tentano di combattere l'evasione aumentando la consistenza e il numero delle imposte a chi già le paga faticosamente invece di contrastare seriamente chi elude il fisco per decine e centinaia di migliaia di Euro e resta spesso impunito o beneficia di aberrazioni come i condoni fiscali.



L’ALTRO STATO




di Fabio Lemmo

Quando nella giornata di mercoledì è stato catturato il boss dei casalesi Zagaria, latitante da ben sedici anni, in molti hanno creduto che potesse iniziare una fase di smantellamento di quella struttura camorristica che da decenni infesta le province di Napoli e Caserta. E allo stesso tempo è partito il solito balletto di ringraziamenti dal capo dello stato al minisistro degli interni, dal capo della polizia al commissario di turno.

Sfortunatamente però la camorra è un animale diabolico dotato di molte teste, e tagliarne una vuol dire irrimediabilmente crearne due in lotta tra di loro. E la politica del dare al cittadino la parvenza di sicurezza con arresti eclatanti ma non strutturali serve solo a desensibilizzare il cittadino dal problema. La verità è che l’arresto di un boss può avere solo due interpretazioni: la prima è che un “capo” ormai scomodo viene regalato allo stato in cambio di favori, la seconda è che nella rara vittoria delle forze dell’ordine, sempre più spesso abbandonate a loro stesse in territori difficili, l’arrestato riesce comunque dall’interno delle carceri a proseguire il suo “lavoro” senza alcun impedimento ed usufruisce per di più di vitto e alloggio erogati dallo stato.

Il problema principale è che dieci, cento, mille arresti saranno sempre vani finché ci sarà sempre qualcuno pronto a sostituire chi prima di lui commetteva delitti; e saranno sempre vani se la popolazione delle zone più colpite da questo cancro continueranno ad avere la visione della camorra pari a quella di uno stato parallelo che garantisce i servizi primari.

Ed è questo il problema principale; fino a che nella piazze dei paesi, come ieri a Casapenna ci saranno persone disposte a scendere in piazza a dire “qui nessuno ci dà più il pane” o a suggerire ai giornalisti di scrivere che lui di male non aveva fatto niente, e con lui intendiamo un criminale assassino, non potrai mai lo stato sconfiggere ed estirpare questo male dalle nostre terre.

Siamo tutti convinti che per molte persone sia la paura a parlare e sia la stessa paura a farli comportare come se anche loro facessero parte di quella macchina bellica, pronta a calpestare tutto e tutti chiamata camorra. Ma per molti, troppi, la camorra è davvero una scelta di vita, un modus vivendi consolidato che ha alla radice momentanei piccoli ed esigui guadagni, che si sviluppano in un arbusto di criminalità e terrore che distrugge le persone sia fisicamente che moralmente.

È difficile chiedere a chi ha moglie e figli il sacrificio di lottare contro quelli che a tutti gli effetti sembrano mostri invincibili, è allo stesso tempo difficile non far sentir sole tutte quelle persone che vorrebbero lottare con tutte le loro forze contro un sistema ormai corrotto, ma non possiamo non chiedere un sacrificio prima a noi stessi e poi agli altri per combattere questo male, perché ora la domanda è solo una: vogliamo vivere schiavi o liberi, anche se il prezzo da pagare è la nostra stessa vita?



martedì 6 dicembre 2011

IL FUTURO SIAMO NOI



di Edoardo Biella


L’Italia è storicamente riconosciuta nel mondo come ” il bel paese”, con i suoi magnifici paesaggi, come patria di inventori, di scienziati, di letterati e uomini di cultura. Il paese dell’inventiva e della gioia di vivere in cui le idee dei giovani venivano coltivate fino a sbocciare. Siamo ancora davvero in grado di sopportare la nostra storia? 

Sembra brutto porsi una domanda tanto pessimista, ma purtroppo è la realtà ; quello che eravamo pesa sulle spalle di un’ Italia che retrocede invece che procedere e che si lascia alle spalle debiti e anni di politica disastrosi.

L'Italia sembra aver preso la strada che porta ad una società che non ascolta, che emargina categorie di persone, una società retrograda e soprattutto una società che invecchia rapidamente. E naturalmente chi ci rimette sono i giovani.Può sembrare un’ esagerazione ma la realtà è questa; un ragazzo studia fino a raggiungere i 25/26 anni per poi non avere la possibilità di coronare i suoi sogni e renderli realtà.

Viene quasi spontaneo domandarsi perché i giovani, proprio loro che sono la base per il futuro, le future menti che scriveranno il progresso del nostro Paese, perché non sono sostenuti? Perché sono costretti a vivere in casa facendo affidamento sui genitori fino ai 35 anni? Perché le nostre aziende non puntano su di loro? Perché le loro idee vengono rigettate senza nemmeno essere prese in considerazione? Perché coloro che tutelano i loro e i nostri interessi (Presidente del Consiglio, ministri, classe politica) hanno dai 60 ai 75 anni?

Viviamo in una situazione imbarazzante, quasi grottesca, in cui per lavorare conta di più avere master di dubbia utilità, che esperienza diretta sul campo; ma come si fa a crearsi esperienza se gli unici lavori che si riesce ad ottenere appena laureato son in nero o con contratti che irridono la dignità e da precari o stagisti?

La situazione di precarietà si riflette nella vita di ognuno di noi e poi ci si lamenta se le grandi menti italiane fuggono in paesi esteri per cercare fortuna e guadagni cospiqui.Esempi di giovani che fuggono in altri Paesi europei per dare libero sfogo ai sogni e alle ambizioni non è più una rarità ma una realtà con cui la nostra Italia deve cominciare seriamente a confrontarsi.
So che questa critica potrebbe sembrare una dichiarazione di svogliatezza, ma non è così, io so che i miei genitori e i genitori dei loro genitori (e così via…) hanno dovuto passare situazioni anche peggiori della nostra.Noi ragazzi non vogliamo tutto facile,non vogliamo la cosidetta “pappa pronta” senza difficoltà da superare.Vogliamo solo possibilità di avere un futuro,vogliamo e chiediamo politiche giovanili a sostegno della ricerca, delle università, del miglioramento delle scuole e del livello di istruzione.Vogliamo qualcuno che ci ascolti, che ci capisca, una classe politica che ci rappresenti, un mercato del lavoro che punti su di noi, vogliamo avere la possibilità di crearci una famiglia con cui poi sostenere il nostro paese.

L’unica via di uscita da questa profonda crisi non è tassare qualunque cosa svilendo ancor di più lo sviluppo, ma puntare sulla novità, sulla freschezza e la voglia dei giovani, perchè il futuro siamo noi e senza di noi l'Italia non può ancora andare molto lontano.

lunedì 5 dicembre 2011

SE POTESSI AVERE MILLE LIRE AL MESE




di Fabio Ciannamea

Ultimamente si sente spesso parlare, anche in autorevoli testate, di un presunto salvifico ritorno alla cara vecchia Lira.E' un sentire comune quello che ci fa ricordare con affetto la vecchia moneta nazionale, ma questo italico amore è giustificato dal ricordo nostalgico di chi le ha avute tra le mani e nulla più.Per i cittadini infatti un passo indietro verso la Lira sarebbe devastante.

Secondo quasi tutti gli economisti un ritorno al passato monetario sarebbe a dir poco disastroso.La nuova moneta che verrebbe a nascere dalla scomparsa dell'Euro sarebbe immediatamente svalutata del 30 o addirittura 60%.Una svalutazione così ingente costringerebbe lo Stato a stampare più banconote facendo però rimanere gli stipendi sempre uguali.Quindi all'atto pratico chi attualmente percepisce 1.500€ di stipendio, andrebbe a percepire 1.500 Lire nuove.Questo perchè la Banca Centrale stampando nuovo denaro manterrebbe costante la propria ricchezza nei confronti del resto del mondo, aumentando di fatto il denaro corrente del 150%, a danno della ricchezza monetaria dei cittadini.

Altro esempio, tenendo le proporzioni di prima, la benzina costa attualmente 1.5€.Con il passaggio alla Lira e la conseguente svalutazione, la benzina costerebbe all'incirca 3.75 Lire al Litro con lo stipendio che rimarrebbe però fermo a 1.500 Lire.Fate voi, dunque, i conti.

Certo, ci sarebbe poi l'altra faccia della medaglia e cioè che diventeremmo un Paese appetibile per gli acquirenti esterni.Quindi ne beneficerebbero in maniera consistente l'industria e il turismo, ma di certo i cittadini ne soffrirebbero ulteriormente perchè tutto ciò renderebbe i prezzi ancora più alti e gli italiani ancora più poveri.

Uscire dall'Euro dunque non sarebbe una via veloce per la ripresa ma un salto nel vuoto che renderebbe l'Italia ancora più povera, instabile e insicura.La cara vecchia Lira che rimanga perciò nei ricordi di chi l'ha usata e di chi ci ha costruito fortune e imperi.Ora la storia è cambiata e l'Italia per sopravvivere ha il dovere di rimanere aggrappata all'Europa e all'Euro, volente, o nolente.

LACRIME DI COCCODRILLO





di Fabio Lemmo

Escluso il popolo dei perbenisti, da sempre pronto a sciogliersi pateticamente al primo cenno di debolezza (vero o finto che sia), il resto del paese che ha visto il pianto infantile quanto inappropriato del nuovo ministro tecnico Fornero avrà pensato beata lei che può piangere perché a noi sono finite anche le lacrime. E si chiede anche chi lo consolerà, visto che lo stesso uomo che ha cercato di risollevare il morale della ministra è colui che sta pesantemente abbassando il nostro.

Mario Monti, classe ’43, è in età più che pensionabile; anche l’altro grande pensionato, Giorgio Napolitano, addirittura chiamato dagli “amici” americani re Giorgio, è in una età in cui l’esperienza andrebbe usata per i nipotini e non per le tasche degli italiani. Questi sono il simbolo di una Italia vecchia che voleva sostituire il recente passato berlusconiano, ma che in realtà riesci quasi a fare peggio.

Oltre a chiederci come un sessantaseienne possa lavorare non in un ufficio, ma magari in un cantiere edile, in una fabbrica o in una cava, o ancora peggio fare il poliziotto dovendo inseguire ventenni armati (vedasi gli scontri di Roma), ci chiediamo il perché dell’introduzione di una delle tasse più odiose e ingiuste che ci siano state dal dopoguerra in avanti: l’ICI.

La casa per gli italiani è per tradizione da sempre il punto di riferimento per la vita di famiglia e per le relazioni interpersonali, un po’ come per gli uomini primitivi il fuoco acceso in una grotta era sinonimo di unione. Chi ha voluto introdurre questa vecchia/nuova imposta sa perfettamente che andrà a guadagnarci perché la pagheranno tante persone e non perché i ricchi da tassare di cui tanto si parla la pagheranno; la verità è che chi possiede grandi metraggi abitativi e potrebbe quindi pagare ingenti somme di tasse, sono gli stessi che hanno la facoltà di nascondere al fisco tali proprietà ed evitare il pagamento.

I trucchi sono molti, come ad esempio intestare case a società fantasma con sede in paradisi fiscali, ma nonostante lo stato conosca bene tali escamotage, non fa nulla dinnanzi all’evidenza poiché come sempre è più facile tassare chi da sempre paga e per sempre pagherà i dissesti economici del nostro paese, piuttosto che tassare chi questo governo lo sponsorizza.

È evidente che anche grazie all’aumento dell’iva la situazione non potrà che peggiorare, gli evasori aumenteranno ancor di più e chi dovrà pagare il buco da loro lasciato saranno gli stessi a cui è aumentata l’età pensionabile che le tasse.

Cara ministra le chiediamo allora di fare un passo indietro, di tramutare le sue lacrime in sorrisi per lei e per noi, perché durante queste festività non vorremmo che il caro vecchio babbo natale, anche lui oppresso dalle tasse inizi a distribuire al posto dei regali bollettini da pagare.

giovedì 1 dicembre 2011

IL NEMICO INVISIBILE




di Fabio Lemmo 

Venticinque milioni di vittime, cinquecentomila solo i bambini; non stiamo parlando di una delle tante guerre di “pace” che mascherano le ricerche di giacimenti petroliferi o il controllo delle esportazioni di stupefacenti.

Oggi giovedì 1 dicembre vogliamo parlare in occasione della giornata mondiale contro l’AIDS dei un nemico subdolo, infinitamente piccolo e incredibilmente devastante: il virus dell’HIV.

Probabilmente molti di noi si sono svegliati stamattina pensando a come il nuovo governo influenzi ancora lo spread o perché lungo i cantieri delle autostrade lombarde e non nascondano discariche abusive di sostanze tossiche; molti ancora si sono svegliati e non sono riusciti a vedere al di là del proprio caffè e il loro unico successo sarà arrivare a fine giornata riuscendo a guadagnarci qualcosa.

Pochi però hanno capito che in questa data simbolica, si vuole ricordare come questo non sia un nemico sconfitto ma che ogni giorno continua a mietere vittime, troppe vittime. Come per altre giornate a tema, questa data non dovrebbe avere un appuntamento fisso ma unico all’anno, ma per trecentosessantacinque giorni l’anno andrebbe ricordato a tutti, soprattutto ai giovani, che non esistendo una cura l’unico metodo per sconfiggere questo mostro invisibile si chiama prevenzione.

Diciamo questo perché il dato emergente negli ultimi anni va assolutamente analizzato e fa emergere uno spaccato della società moderna alquanto critico: se da un lato dal 2010 il numero dei morti è diminuito perché le ricerche mediche stanno facendo passi da gigante per la lotta al virus dell’HIV, dall’altro il numero di chi si ammala è aumentato.

Secondo i dati del ministero della salute il contagio dell’HIV è da annoverare all’81% a rapporti sessuali non protetti, infezioni quindi che si potrebbero evitare semplicemente con l’uso del buonsenso. Con il trascorrere degli anni il fantasma dell’aids si è sempre più allontanato dall’immaginario collettivo, e si pensa ormai che i contagi avvengano in quelle sperdute e poverissime regioni dell’africa dove mamme malate partoriscono bambini malati e morenti.

Vero, ma vero altrettanto che in rapporto agli abitanti dei paesi del nord del mondo la percentuale di malati per abitanti è la stessa, se non maggiore, tenendo conto sempre secondo il ministero della salute, che solo in Italia ogni 3 ore avviene un contagio.

La vita scorre veloce, e tutti siamo distratti da quello che ci circonda ma questa stessa vita tanto bella quanto fugace è una sola ed è preziosa e noi giovani per primo dobbiamo imparare a rispettarla. Basta un piccolo gesto, PROTEGGITI SEMPLICEMENTE.




IL FUTURO IN BILICO



di Fabio Ciannamea

I contratti di natura temporanea sono da tempo ormai una realtà per il mondo lavorativo italiano.Sono spesso criticati e additati come i principali responsabili di una precarietà giovanile che sembra essere una delle principali piaghe dello sviluppo economico del nostro paese.

Ma il precariato è davvero il principale problema della disoccupazione giovanile e del mancato sviluppo economico?La pretesa di un'analisi decisiva è errata, ma occorre fare delle riflessioni sull'argomento in quanto, come spesso accade, la natura del problema non è così evidente come si è soliti pensare.

Parlare di precariato o di contratti temporanei riferendosi all'intero mondo del lavoro, è una generalizzazione che rischia di essere demagogica e fuorviante.Non si possono infatti mettere sullo stesso piano stage fasulli, collaborazioni strampalate legate a improbabili partite IVA, con lavori in somministrazione, contratti a termine finalizzati all'assunzione e apprendistati.I primi infatti sono spesso forme "occulte" di lavoro subordinato utili a fuggire dalla legislazione e ottenere lavoro a basso, bassissimo costo.Dunque il primo problema rilevante in materia di precariato sembra quello della solita cerchia di "furbetti" che evadono la legge, sfruttando i giovani e il loro bisogno di affermazione.

I contratti a termine "legali" e rispettosi della persona infatti rappresentano spesso un ottimo e dignitoso gradino di accesso ad un lavoro fisso e meglio retribuito.Secondo le statistiche è molto più facile e probabile accedere ad un lavoro stabile partendo da un impiego temporaneo che non da uno stato di disoccupazione o inattività.

Una soluzione per arginare il dilagare quasi endemico di contratti a tempo determinato "fasulli" e contro la legge potrebbe essere quello di creare un contratto unico per le assunzioni a tempo determinato.In questo modo gli impieghi temporanei sarebbero decisamente più regolamentati e si andrebbe a combattere maggiormente le assunzioni che violano la dignità dei giovani e perchè no anche il lavoro "nero".

Il problema comunque non è individuabile solo nell'offerta ma anche nella formazione e nella preparazione al mondo del lavoro offerta dalle istituzioni e dalle università ai nostri giovani.L'Italia è il Paese con la più bassa percentuale di giovani che durante il periodo di formazione, ha qualche esperienza di lavoro.Da noi infatti è imperante il sistema del "study first, then work" con il risultato che il passaggio dal mondo universitario a quello lavorativo è tormentato e pieno di difficoltà.Inoltre i giovani, e torniamo al discorso di prima, sono costretti alla fine degli studi a fare lunghi (e spesso mal retribuiti) stage che avrebbero dovuto fare prima.Un'esperienza di lavoro è considerata, dalla nostra cultura, come una perdita di tempo e di concentrazione, al contrario di quanto accade nel nord europa dove l'età media alla quale i giovani si iscrivono all'università è di 23 anni.Forse è eccessivo, ma certamente soffrono meno la transizione tra scuola e lavoro.

In ultima analisi, i servizi al lavoro offerti in Italia sono molto carenti.C'è poca attenzione all'orientamento e poca tradizione nell'assistenza alla ricerca del lavoro.E questo è un grosso svantaggio per i giovani italiani che si trovano ogni giorno di più a fare i conti con disoccupazione e sfruttamento, con il conseguente svilimento delle loro capacità e delle capacità economiche e produttive dell'Italia.