lunedì 28 novembre 2011
IL VALORE LEGALE DEI TITOLI DI STUDIO
di Fabio Ciannamea
Il valore legale dalla laurea è un inutile orpello o è un "sigillo" di garanzia che lo Stato da alle Università italiane?Rispondere con certezza è assolutamente difficile, ma porsi la domanda è un diritto più che legittimo.
Secondo gli "abolizionisti" l'eliminazione del valore legale dei titoli di studio servirebbe a mettere in concorrenza tra loro le Università e questo sarebbe un efficace rimedio contro le inefficienze e gli sprechi degli Atenei italiani.Infatti se lo stesso titolo di studio cessasse di avere identico valore se conseguito a Milano piuttosto che a Roma, avrebbe un valore stabilito dal mercato e costringerebbe così le Università a cercare i migliori docenti e a fornire i migliori servizi possibili agli studenti.
Quindi l'intenzione sarebbe quella di dare un valore più sostanziale e meno formale alla formazione universitaria rendendo l'offerta ampia, concorrenziale e regolata dal mercato.Almeno questo in teoria e seconde le intenzioni di chi è favorevole all'abolizione.
Ma davvero una tale riforma ridarebbe nuova linfa vitale al sistema Accademico italiano oramai in crisi da diverso tempo?C'è chi ritiene di no.
Infatti abolire il valore legale significherebbe semplicemente negare il principio di eguaglianza dei titoli stessi privando così chi ha conseguito la Laurea della garanzia legale assicurata dallo Stato.
Il valore legale del titolo dunque non rappresenterebbe nessuna forma di privilegio ma avrebbe solo la funzione di mettere sullo stesso piano formale tutti i laureati (anche quelli che non possono permettersi le Università più prestigiose e costose).Starà poi a loro darsi da fare per entrare concretamente nel mercato del lavoro.
La questione è complessa e coinvolge già da diversi anni sia gli ambienti politici che quelli economici e accademici senza che però se ne riesca ancora a venire a capo concretamente.
ITALIA, UN PAESE A DUE VELOCITA’
di Fabio Lemmo
Ogni
giorno in tutta Italia decine di migliaia di studenti, lavoratori o
turisti usano i treni per raggiungere la loro meta. La storia è
sempre la stessa, il film ha sempre la stessa trama; si paga un
biglietto salatissimo, si sale sul treno dove il seggiolino più
comodo rimasto libero è quello vicino la toilette, si sopportano
temperature gelide di inverno e torride d’estate e ci si reputa
fortunati se il convoglio non ha più di dieci minuti di ritardo.
Questa situazione congenita nel sistema ferroviario italiano e quasi
paradossalmente un collante per il popolo del belpaese, che dalle
ferrovie nord del milanese passando dalla circumvesuviana nel
napoletano, si trova ad affrontare sempre gli stessi problemi.
La
forza lavoratrice e una grande massa di studenti ogni giorno subisce
la castrazione delle proprie forze psicofisiche nel momento della
giornata in cui avrebbe bisogno invece del massimo sostegno; nessuno
pretende un mondo utopico, dove come si diceva nel ventennio i treni
sono sempre in orario oppure si riesca a stare tutti seduti e nessuno
tantomeno pretende di viaggiare su limousine con champagne e belle
ragazze. La pretesa del viaggiatore è semplicemente quella di poter
andare a fare il suo dovere, sia esso studio si esso lavoro, in modo
dignitoso e umano.
Le condizioni di viaggio mostrano come la
struttura ferroviaria sia assolutamente inadeguata a spostare la
grande massa di viaggiatori lungo tutto il percorso nazionale. La
lista di problemi e mancanze potrebbe continuare per molte righe
ancora ma va interrotta perché per qualcuno invece il problema non è
forse così importante.
Oggi a Roma è stata inaugurata la nuova
stazione Tiburtina, il primo hub italiano dell’alta velocità
costato 300 milioni di euro. Un paese che vuole crescere e vuole far
crescere i suoi cittadini senza dubbio deve investire grandi capitali
nella infrastrutture siano esse di trasporto passeggeri siano esse
per il trasporto merci. E siamo tutti estremamente convinti della
bontà di un progetto del genere soprattutto quando da lavoro oggi a
manovali e operai e domani ad operatori del terziario. C’è però
la forte convinzioni che una scala non possa essere costruita senza
il primo gradino che la tiene attaccata al pavimento.
Non possiamo
immaginare un futuro di decine di treni ad alta velocità comodi e
costosi per lo più utilizzati da chi ha un reddito superiore alla
media, quando migliaia di altri treni ogni giorno paiono attraversare
il vecchio far west date le pessima condizioni di viaggio che offrono
ai pendolari, la classe che meno ha beneficiato di ogni investimento
fatto negli ultimi anni.
Grandi parole di elogio per l’opera sono
state espresse dal presidente Napolitano, ma non una sola parola
detta nelle stazioni dove ogni mattina e ogni sera le “vittime”
del sistema trasporti sono costrette a riversarsi in massa, non
avendo altra alternativa che l’uso del proprio veicolo, cosa che
renderebbe ancor più invivibile le strade cittadine.
Vicino
la nuova stazione romana sono state addirittura costruiti musei e
centri congressi e non un euro è stato speso per ammodernare e
rendere umanamente vivibili i servizi igienici su un intercity o un
treno regionale.
La speranza per il futuro è che parallelamente
agli investimenti fatti per i nuovi treni siano doverosamente attuati
tutte quelle procedure di riqualificazione dei servizi sia a bordo
che in stazione per i pendolari. Il rischio infatti non è più solo
quello di perdere il treno, il rischio è quello di perdere la
dignità.
domenica 27 novembre 2011
UNA MANOVRA PER LA CRESCITA, MA DI CHI???
di Fabio Lemmo
Nella
giornata di sabato i ministri del nuovo governo Monti si sono riuniti
per discutere della nuova manovra finanziaria, da sempre più delizia
che croce per i governi che contro il malumore degli elettori ha come
grande pro quello di poter fare tagli alla spesa pubblica dove più
gli fa comodo senza però aver mai fatto dal dopoguerra in poi un
taglio alla spesa che andasse a potare gli sprechi come fossero rami
secchi, rami che invece crescono rigogliosi.
Si tagliano le spese
militari, ma il taglio effettivo è sulla benzina delle auto delle
forze dell’ordine mentre si mantengono guerre a distanza di
migliaia di chilometri. Si vuole ridurre il cuneo fiscale sul lavoro
ma si rendono i prezzi dei beni di prima necessità sempre più fuori
dalla portata dei redditi dei cittadini, siano essi derivanti da
stipendi sia da pensioni.
Qui ci troviamo davanti al tasto dolente,
davanti al solito bieco taglio di spesa fatto per proteggere i
soliti, e colpire chi meno si può difendere; la regola da seguire è
il blocco dell’adeguamento delle pensioni al costo della vita. Il
grande e compianto Antonio de Curtis, in arte Totò, nel film i ladri
pronunciava la mitica e sempre attuale frase cà
nisciuno è fesso, frase che teniamo a
precisare nulla c'entra con la campagna elettorale del PD ma che vuol
far capire come gli Italiani anche se poveri e depressi per certi
versi, troppo sprovveduti non sono e si rendono conto di quello che
gli accade intorno.
Tralasciando in questa sede l’ennesima
introduzione di nuove tasse di stampo democristiano e di certi
ambienti della sinistra come l’ici, riteniamo che non adeguare le
pensioni, quindi il reddito delle persone più deboli, al costo della
vita, sia il modo migliore per aumentare il numero dei poveri in
Italia.
Credendo però non sia questo l’obbiettivo del governo
tecnico parola tanto cara ai politicanti dell’ultima ora, vogliamo
chiederci il perché invece il prezzo dei beni soprattutto quelli
primari, si adegui costantemente verso l’alto.
Ci chiediamo perché
una volta si dicesse che i più giovani lavoravano per i più vecchi
ed ora a quella stessa generazione che è cresciuta si chiede di fare
i sacrifici per i più giovani. Ci chiediamo perché Vaticano e
sindacati siano protetti dall’ici mentre chi spende metà del suo
stipendio per pagare il mutuo e gli interessi debba avere una nuova
tassa come spada di Damocle sulla testa.
Riteniamo che la crisi sia
mondiale, che colpisca tutti indistintamente e che leggi a carattere
nazionale non possano assolutamente fare nulla. Crediamo che l’idea
di Europa unita sia fallita perché cerchiamo di risolvere i problemi
della comunità usando le stesse persone che li hanno creati.
sabato 26 novembre 2011
L'ITALIA CHE COSTA LACRIME E SANGUE
di Fabio Ciannamea
L'Italia è in crisi e questa non è una novità.Ma finalmente abbiamo un governo che si affanna realmente ogni giorno di più per varare provvedimenti in grado di salvare il nostro paese dal tracollo finanziario e ridare respiro al suo popolo.Tra le manovre si prevedono: riduzione del numero dei parlamentari e del loro seguito, tagli alle spese della politica, tagli alle pensioni dei politici e contenimento degli sprechi.
No, non sono impazzito, è semplicemente il modo in cui mi sarebbe piaciuto iniziare questo articolo.Infatti l'illusione che deriva dalla mia giovane età mi ha fatto per un momento pensare di potervi scrivere di un governo che finalmente guarda in faccia la realtà, di un governo in grado di concepire manovre comprensive di tagli ai ridicoli sprechi di cui si è macchiata la politica italiana in questi anni, di manovre volte a ridare respiro a un paese e al suo popolo oramai stanco e sull'orlo di una crisi di nervi.
Si è sentito parlare spesso in queste ore di manovre impressionanti (come le hanno definite il duo Merkel-Sarkozy), di manovre in grado risollevare l'Italia e di portare al tanto agognato e desiderato pareggio di bilancio entro il 2013.Per raggiungere un traguardo così ambizioso l'Italia dovrebbe recuperare all'incirca 15 miliardi di Euro in due anni.
Benissimo dico io, un paese con i conti sani e in ordine non può che giovare a tutti.Ma quali sarebbero queste manovre impressionanti?Il secondo consiglio dei ministri (volutamente tutto scritto in minuscolo) dell'era Monti ha messo sul tavolo provvedimenti che dovrebbero contenere una nuova patrimoniale, la reintroduzione dell'Ici sulla prima casa e un nuovo aumento dell'IVA (ancora??) che passerebbe dal 21% al 23%.
Si, leggete, rileggete e fatelo ancora se necessario.Non avete capito male, queste sono le manovre previste dal nostro nuovo e acclamato governo (ricordate la pagliacciata della festa durante le dimissioni del Presidente del Consiglio uscente?).Tasse, tasse, tasse e ancora tasse.E i tagli ai costi della politica?
Siccome mi sarebbe impossibile elencarvi in un solo giorno quali e quanti sono i costi e gli sprechi dei nostri "politicanti" (passatemi il termine per cortesia, non riesco a chiamarli ne tecnici ne politici) vi riporterò un solo ma significativo esempio riguardante l'orrore delle auto blu in Italia.
Tenetevi forte, la auto "blu-blu", ( si, non ridete!le definiscono proprio così!) le auto "blu" e le auto "grigie" sono attualmente all'incirca 72.000.Gli addetti sono invece 35.000 di cui 14.000 autisti.
Il costo totale di questo scempio è all'incirca 1,2 miliardi di Euro.
Imbarazzante è il confronto con un'altra nazione europea, l'Inghilterra, che ha attualmente 195 (centonovantacinque) auto blu e 239 (duecentotrentanove) addetti.
Allora, mi chiedo, ma perchè prima di varare manovre stile "copia e incolla" già trite e ritrite, prima di infilare ancora le mani nelle tasche degli italiani e prima di chiedere il NOSTRO sangue e le NOSTRE lacrime non date il buon esempio e risparmiate questo misero "miliardino" di Euro che se ne va solo per le VOSTRE auto blu?
Vuoi vedere che iniziando piano piano, taglia di qua taglia di la, magari i 15 miliardi in due anni saltano fuori senza bisogno di raschiare le tasche degli italiani?
Certo, tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare.E chi sono io per far notare ai nostri illustri tecnici e politici quali sono gli sprechi da eliminare?Del resto non sono un Senatore a vita, non percepirò indennità per 15.000 euro mensili, non avrò una pensione dorata dopo solo una manciata di anni di impiego e non ho una Maserati blindata"blu-blu".Ho solo tasche vuote e poche lacrime e sangue da dare ancora per il mio amato paese.
giovedì 24 novembre 2011
LA CRISI DEL DEBITO
di Fabio Ciannamea
L'indebitamento dell'Eurozona sembra sempre più grave ed è oramai chiaro che la crisi trascende la normalità.Questo i creditori lo sanno bene come ha dimostrato il duro monologo di qualche giorno fa del ministro delle finanza austriaco Josef Proll che ha minacciato la Grecia di non approvare la seconda tranche di aiuti previsti.
Il paese ellenico continua la sua discesa nel baratro e continua ad indebitarsi più di quanto dovrebbe.Si pensi che il debito ammonta all'incirca al 130% del PIL il che significa che entro il 2015 dovrà restituire grosso modo 140 miliardi di euro a cui si sommano i 90 miliardi di euro di interessi.Numeri spaventosi dunque che lasciano pochi dubbi su quale sia il destino della Grecia.
Non è comunque l'unico caso critico in Europa:anche l'Irlanda è ormai sull'orlo dell'abisso con l'indebitamento che sfiora il 150% del PIL e i propri economisti che già fanno i conti con le inevitabile bancarotta.
Se queste sono le premesse viene naturale pensare che l'Eurozona debba prepararsi a ricevere un'ondata inarrestabile di crisi contro la quale la politica può fare ben poco se non prendere tempo.
Già, tempo, quello che chiedono i debitori e che alla fine i creditori pur alzando la voce concedono sempre:d'altronde si sa, meglio un debitore spaventato che uno morto.
Ma se fosse questo il vero problema?Nell'economia di mercato ci sono procedure standard per cancellare parte del debito e questo perchè sempre nell'economia di mercato chi ha investito male il proprio denaro può anche perderlo.Invece nella crisi del debito degli stati non sembra funzionare così.All'inizio sono state le banche a rischiare il tracollo e i contribuenti le hanno salvate, poi è stato il turno degli stati che si sono a loro volta salvati con l'aiuto ancora dei contribuenti (questa volta però di altri stati).
La soluzione della questione sembra essere lontana e viene naturale chiedersi quanto ancora a lungo potrà andare in scena questo teatrino che vede da una parte i sempre più intransigenti e rigidi creditori (tra cui spicca la Germania) e dall'altra Grecia e Irlanda nel ruolo di vittime sacrificali di un fallimento chiamato Euro.
IL VOTO AGLI IMMIGRATI: QUANDO UN DIRITTO DIVIENE DOVERE
di Fabio Lemmo
Da
destra a sinistra parlamentari, amministratori locali e semplici
tesserati dei movimenti politici usano la carta del diritto al voto
come misura di civiltà di un paese. C’è chi dice sia incivile non
concederlo e chi dall’altra parte afferma che siano incivili e
“diversi” i soggetti in questione.
L’italiano è stato ed è
tuttora per certi versi un immigrato. Il bel paese ha esportato una
delinquenza organizzata da far “invidia” a mezzo mondo ma senza
nulla togliere ad altri popoli, gli italiani sono stati e continuano
ad essere le colonne portanti sia economiche sia politiche delle
nazioni in cui hanno stabilito i loro insediamenti.
La questione del
voto però è trasversale ai popoli, la questione del voto non è
solo un diritto che si acquisisce con la nascita in un determinato
luogo del mondo per eleggere chi ci governa. Il problema andrebbe
risolto affrontandolo sotto un diverso aspetto, cioè vedendolo come
un dovere per chi abitando in una certa comunità, ne sceglie
coscienziosamente i suoi rappresentanti. Per certi versi chi vorrebbe
vietare il voto agli immigrati per colpa del loro stile di vita
troppo spesso fuori dalla legge, dovrebbe vietarlo anche ad alcuni
italiani che hanno perduto il senso dello stato o che di politica se
ne interessano solo quando è il momento di chiedere o lamentarsi.
Chi nasce in Italia ha il diritto di esserne parte e ha il dovere di
lavorare affinché il paese possa migliorare di giorno in giorno. Non
possiamo chiedere agli stranieri di essere italiani solo quando si
parla di calcio o di atletica, e allo stesso tempo chi chiede di
essere italiano non deve farlo solo quando chiede casa e sussidi
economici.
Veritas filia temporis avrebbero detto i romani, la verità
è figlia del tempo e dunque ieri gli italiani, oggi quelli che noi
chiamiamo immigrati e domani chissà, ma la verità è che se gli
uomini non si chiedono cosa loro possono fare per la loro nazione,
non sarà certo chi vota o chi viene eletto a fare la differenza tra
un mondo giusto e un mondo sbagliato.
mercoledì 23 novembre 2011
ERA DAVVERO IMPREVEDIBILE?
di Fabio Ciannamea
Ancora echeggia nella mia mente la frase "catastrofe imprevedibile" e la rabbia e lo sgomento sale ancora più forte davanti all'ennesima tragedia che ha colpito questa volta la Sicilia.
Non dite che non era prevedibile, non dite che non si poteva fare nulla.Come è possibile che con tutti quei meteorologi tronfi e impettiti che annunciano ogni piccolo acquazzone da qui a un mese, con la protezione civile in costante allerta e con satelliti che scrutano ogni angolo di cielo, tutto questo non era prevedibile?
D'accordo, quando la natura decide di riversare 300mm di pioggia in 3 ore come accaduto ieri nel messinese, noi comuni mortali possiamo fare ben poco se non sperare che chi ci guida e chi è responsabile della nostra incolumità abbia adempiuto ai suoi doveri e abbia combattuto l'incuria del territorio che così tante volte nel nostro paese è costata sangue, vittime e sofferenza.
Invece in Italia la tragedia è sempre un'imprevedibile coincidenza di eventi straordinari e non ha mai un colpevole e anzi i nostri amministratori davanti a telecamere e microfoni pontificano sulla bontà del loro operato lavandosi le mani nella stessa acqua che ha portato via vite e infranto sogni.
Di chi è questa volta la coscienza che gronda fango e sangue?Che domande, di nessuno, siamo in Italia,terra dove la classe dirigente (la più numerosa e pagata d'Europa) non fa altro che rimbalzare la responsabilità da una parte all'altra, paese dove tutti sanno e fanno tutto ma dove nulla è prevedibile, nemmeno le catastrofi annunciate.
martedì 22 novembre 2011
QUANDO FUTURO E' SINONIMO DI PASSATO
di Fabio Lemmo
La
violenza non si ferma al Cairo. Così iniziano tutti gli articoli
inerenti le rivolte in Egitto delle maggiori testate giornalistiche.
Soli pochi mesi fa i cittadini si riversavano in massa nelle strade
per festeggiare la liberazione dal tiranno, dall’oppressore, da quel Mubarak che di tante colpe si era
reso artefice e di tante vittime si era reso il carnefice. Ma come
spesso accade la realtà è ben distante dal sogno di libertà che
gli stessi manifestanti auspicavano per il loro paese.
Nella matematica si dice che cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia cosi come cambiando il nome del tiranno la politica non cambia. Prima il dittatore, ora l’esercito che addirittura dopo le ultime elezioni vinte dagli oppositori di Mubarak ha continuato a detenere il potere con la stessa ferocia di un tempo. Per Amnesty addirittura i militari risultano essere ben peggio di chi prima governava il paese.
Qui finisce la cronaca, qui finiscono i fatti da narrare; ora ci chiediamo se il peggio sia alle spalle o se debba ancora venire;se le elezioni daranno una svolta democratica per un paese comunque ancora oggi soggetto a certi estremismi islamici oppure se ci dovremmo attendere ancora bagni di sangue. Augurarsi un successo per la democrazia post elezioni non è solo un augurio per il popolo egiziano, ma lo è per quei popoli islamici come la Libia ma anche e soprattutto per quelli a noi più vicini come la Grecia e per la stessa Italia. Si perché l’Egitto è l’esempio di come un cambio di governo se non fatto con la ragione può essere addirittura peggio di chi vi era prima.
Assicurarsi che il futuro sia migliore non vuol dire solo soverchiare con metodi più o meno bellicosi lo status quo ma vuol dire creare una nuova classe dirigente capace di garantire i diritti ai suoi cittadini e capace soprattutto di istruirli ai loro doveri.
Nella matematica si dice che cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia cosi come cambiando il nome del tiranno la politica non cambia. Prima il dittatore, ora l’esercito che addirittura dopo le ultime elezioni vinte dagli oppositori di Mubarak ha continuato a detenere il potere con la stessa ferocia di un tempo. Per Amnesty addirittura i militari risultano essere ben peggio di chi prima governava il paese.
Qui finisce la cronaca, qui finiscono i fatti da narrare; ora ci chiediamo se il peggio sia alle spalle o se debba ancora venire;se le elezioni daranno una svolta democratica per un paese comunque ancora oggi soggetto a certi estremismi islamici oppure se ci dovremmo attendere ancora bagni di sangue. Augurarsi un successo per la democrazia post elezioni non è solo un augurio per il popolo egiziano, ma lo è per quei popoli islamici come la Libia ma anche e soprattutto per quelli a noi più vicini come la Grecia e per la stessa Italia. Si perché l’Egitto è l’esempio di come un cambio di governo se non fatto con la ragione può essere addirittura peggio di chi vi era prima.
Assicurarsi che il futuro sia migliore non vuol dire solo soverchiare con metodi più o meno bellicosi lo status quo ma vuol dire creare una nuova classe dirigente capace di garantire i diritti ai suoi cittadini e capace soprattutto di istruirli ai loro doveri.
mercoledì 16 novembre 2011
BARROSO:NECESSARIO TASSARE PATRIMONI PIU' INGENTI
di Fabio Ciannamea
L'Italia cerca di rassicurare i mercati europei e mondiali con la nomina di un governo tecnico ma la preoccupazione per le sorti dell'Eurozona resta comunque alta.
Il presidente della Commissione Ue Josè Manuel Barroso annuncia per la prossima settimana un pacchetto di proposte per rafforzare ulteriormente i controlli sui conti pubblici dei paesi con le moneta unica e dopo aver affermato davanti al Parlamento Ue, riunitosi in seduta plenaria, che la crisi è sistemica, ha aggiunto che "potrebbero essere necessarie ulteriori misure".
Tra queste vi dovrà essere, secondo il presidente della Commissione Ue, una tassazione che colpirà soprattutto i patrimoni più consistenti.Infatti con la crisi diventerà "inevitabile" ha detto Barroso, per il quale "se non sarà sufficiente tagliare la spesa pubblica per riequilibrare i bilanci, sarà necessario prevedere una tassazione dei patrimoni più ingenti".
IL CANDIDATO CAIN "INCIAMPA" SULLA LIBIA
Clamorosa gaffe per il candidato repubblicano Herman Cain che durante un’intervista video del quotidiano Milwaukee Journal Sentinel alla domanda su cosa pensasse della politica di Obama riguardante la Libia ha risposto con un assordante quanto imbarazzante silenzio. In evidente difficoltà l’ex capo della Godfather’s Pizza cerca un disperato aiuto nel giornalista ponendo domande piuttosto confuse.
Di seguito il video dell’intervista a Herman Cain.
LIBERALIZZARE LE PROFESSIONI?
di Fabio Ciannamea
E’ da diversi anni ormai che vari esecutivi si fanno portavoce di questa battaglia che in ultima istanza è stata perorata(forse in maniera poco convincente) dal governo uscente.Il decreto legge 138/11 infatti presenta un corposo contenuto in tema di liberalizzazioni ( articolo 3 nei commi che vanno dal 6 al 11) che ha però incontrato forti resistenze di un certo gruppo di parlamentari del Pdl e non solo.
E’ da diversi anni ormai che vari esecutivi si fanno portavoce di questa battaglia che in ultima istanza è stata perorata(forse in maniera poco convincente) dal governo uscente.Il decreto legge 138/11 infatti presenta un corposo contenuto in tema di liberalizzazioni ( articolo 3 nei commi che vanno dal 6 al 11) che ha però incontrato forti resistenze di un certo gruppo di parlamentari del Pdl e non solo.
La funzione degli ordini professionali dovrebbe essere quella di garantire la professionalità e la deontologia di chi esercita una specifica professione. In Italia però gli ordini esercitano una funzione diversa. Costituiscono una rocca difensiva per chi esercita una professione , nei confronti di chi, soprattutto i giovani laureati, intende competere in quel mercato. Il sistema italiano è imperniato sugli ordini di categoria: ogni professione riconducibile ad un’attività intellettuale, cioè svolta da lavoratori autonomi (avvocati, ingegneri, contabili, architetti), è strutturata attraverso un ordine.
In Inghilterra l’esercizio dell’attività professionale è permesso a chiunque. Non ci sono barriere di ingresso, vincoli di esercizio o vincoli di cittadinanza.E ancor più importante in Gran Bretagna i professionisti hanno la piena autonomia di contrattare il prezzo dei propri lavori, senza badare a limiti minimi imposti dalla legge, come avviene in Italia;questo ovviamente incentiva enormemente la concorrenza.
In Italia i giovani, al termine del percorso di studi, non possono iniziare ad esercitare la professione, ma sono costretti a superare un esame di Stato, che generalmente è quasi completamente controllato dal relativo ordine.Nella quasi totalità dei casi il neo laureato deve prestare la propria attività in modo gratuito sotto forma di “praticantato”. Ciò viene normalmente giustificato appellandosi alla necessità di acquisire una professionalità di tipo pratico sotto la guida di un soggetto esperto, che esercita da alcuni anni. La motivazione è giusta e condivisibile fino a che il tirocinante davvero è messo in condizione di sfruttare quelle ore per apprendere e crescere.Accade spesso invece che vengano sviliti e declassati a forza di lavoro qualificata a costo zero.
Il sistema delle categorie di fatto ostacola la creazione di un mercato concorrenziale e impone prezzi bloccati senza abbassarli al di sotto di quanto previsto dal tariffario.
Quale soluzione allora?Sarebbe forse opportuna la creazione di organismi terzi facendo ricorso al principio liberale per il quale non è mai opportuno che controllori e controllati coincidano.In questo modo non si arriverebbe alla totale abolizione degli ordini professionali ma si aprirebbe comunque il mercato ai giovani laureati e alla sana e corretta concorrenza.
LO SPREAD
Uno dei termini più utilizzati in questo periodo di sconvolgimento economico è “spread” ma come spesso accade ad un uso diffuso di un termine non corrisponde un’altrettanta diffusa consapevolezza sul reale significato dello stesso. Quindi, cos’è esattamente lo “spread”?Esso denota il differenziale tra il tasso di rendimento di un’obbligazione caratterizzata da rischio di default e quello di un titolo privo o a bassissimo rischio preso a riferimento. Ad esempio se un BTP(buono del tesoro poliennale) con una certa scadenza ha un rendimento del 7% ed il corrispettivo Bund Tedesco con la stessa scadenza ha un rendimento del 3% allora lo spread sarà di 7-3 = 4 punti percentuali ovvero di 400 punti base.Lo spread è dunque una misura dell’affidabilità (rating) dell’emittente/debitore (ad esempio lo Stato) di restituire il credito: maggiore è lo spread minore è tale affidabilità; in ultimo è anche una misura della capacità dell’emittente di promuovere a buon fine le proprie attività finanziarie (nel caso dello Stato di rifinanziare il proprio debito pubblico) tramite emissione di nuovi titoli: maggiore è lo spread minore è questa capacità in virtù dei tassi di interesse più elevati dovuti fino ad un limite massimo di sostenibilità. Nel caso dei titoli di stato, spread elevatissimi possono condurre nel medio-lungo termine alla dichiarazione di insolvenza o fallimento o bancarotta dello Stato oppure a misure drastiche di riduzione della spesa pubblica e/o aumento della tassazione sui contribuenti per evitare il fallimento con i consueti effetti di diminuzione del reddito (dunque della domanda) e degli investimenti e quindi in ultimo ripercussioni anche sulla crescita economica.Attualmente lo spread è di 480 punti(con continue oscillazioni) e il rendimento dei buoni del Tesoro poliennali è sceso al 6,60%.
(fonte:wikipedia-grafico originale qui)
Iscriviti a:
Post (Atom)








