giovedì 1 dicembre 2011
IL FUTURO IN BILICO
di Fabio Ciannamea
I contratti di natura temporanea sono da tempo ormai una realtà per il mondo lavorativo italiano.Sono spesso criticati e additati come i principali responsabili di una precarietà giovanile che sembra essere una delle principali piaghe dello sviluppo economico del nostro paese.
Ma il precariato è davvero il principale problema della disoccupazione giovanile e del mancato sviluppo economico?La pretesa di un'analisi decisiva è errata, ma occorre fare delle riflessioni sull'argomento in quanto, come spesso accade, la natura del problema non è così evidente come si è soliti pensare.
Parlare di precariato o di contratti temporanei riferendosi all'intero mondo del lavoro, è una generalizzazione che rischia di essere demagogica e fuorviante.Non si possono infatti mettere sullo stesso piano stage fasulli, collaborazioni strampalate legate a improbabili partite IVA, con lavori in somministrazione, contratti a termine finalizzati all'assunzione e apprendistati.I primi infatti sono spesso forme "occulte" di lavoro subordinato utili a fuggire dalla legislazione e ottenere lavoro a basso, bassissimo costo.Dunque il primo problema rilevante in materia di precariato sembra quello della solita cerchia di "furbetti" che evadono la legge, sfruttando i giovani e il loro bisogno di affermazione.
I contratti a termine "legali" e rispettosi della persona infatti rappresentano spesso un ottimo e dignitoso gradino di accesso ad un lavoro fisso e meglio retribuito.Secondo le statistiche è molto più facile e probabile accedere ad un lavoro stabile partendo da un impiego temporaneo che non da uno stato di disoccupazione o inattività.
Una soluzione per arginare il dilagare quasi endemico di contratti a tempo determinato "fasulli" e contro la legge potrebbe essere quello di creare un contratto unico per le assunzioni a tempo determinato.In questo modo gli impieghi temporanei sarebbero decisamente più regolamentati e si andrebbe a combattere maggiormente le assunzioni che violano la dignità dei giovani e perchè no anche il lavoro "nero".
Il problema comunque non è individuabile solo nell'offerta ma anche nella formazione e nella preparazione al mondo del lavoro offerta dalle istituzioni e dalle università ai nostri giovani.L'Italia è il Paese con la più bassa percentuale di giovani che durante il periodo di formazione, ha qualche esperienza di lavoro.Da noi infatti è imperante il sistema del "study first, then work" con il risultato che il passaggio dal mondo universitario a quello lavorativo è tormentato e pieno di difficoltà.Inoltre i giovani, e torniamo al discorso di prima, sono costretti alla fine degli studi a fare lunghi (e spesso mal retribuiti) stage che avrebbero dovuto fare prima.Un'esperienza di lavoro è considerata, dalla nostra cultura, come una perdita di tempo e di concentrazione, al contrario di quanto accade nel nord europa dove l'età media alla quale i giovani si iscrivono all'università è di 23 anni.Forse è eccessivo, ma certamente soffrono meno la transizione tra scuola e lavoro.
In ultima analisi, i servizi al lavoro offerti in Italia sono molto carenti.C'è poca attenzione all'orientamento e poca tradizione nell'assistenza alla ricerca del lavoro.E questo è un grosso svantaggio per i giovani italiani che si trovano ogni giorno di più a fare i conti con disoccupazione e sfruttamento, con il conseguente svilimento delle loro capacità e delle capacità economiche e produttive dell'Italia.
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