giovedì 24 novembre 2011
LA CRISI DEL DEBITO
di Fabio Ciannamea
L'indebitamento dell'Eurozona sembra sempre più grave ed è oramai chiaro che la crisi trascende la normalità.Questo i creditori lo sanno bene come ha dimostrato il duro monologo di qualche giorno fa del ministro delle finanza austriaco Josef Proll che ha minacciato la Grecia di non approvare la seconda tranche di aiuti previsti.
Il paese ellenico continua la sua discesa nel baratro e continua ad indebitarsi più di quanto dovrebbe.Si pensi che il debito ammonta all'incirca al 130% del PIL il che significa che entro il 2015 dovrà restituire grosso modo 140 miliardi di euro a cui si sommano i 90 miliardi di euro di interessi.Numeri spaventosi dunque che lasciano pochi dubbi su quale sia il destino della Grecia.
Non è comunque l'unico caso critico in Europa:anche l'Irlanda è ormai sull'orlo dell'abisso con l'indebitamento che sfiora il 150% del PIL e i propri economisti che già fanno i conti con le inevitabile bancarotta.
Se queste sono le premesse viene naturale pensare che l'Eurozona debba prepararsi a ricevere un'ondata inarrestabile di crisi contro la quale la politica può fare ben poco se non prendere tempo.
Già, tempo, quello che chiedono i debitori e che alla fine i creditori pur alzando la voce concedono sempre:d'altronde si sa, meglio un debitore spaventato che uno morto.
Ma se fosse questo il vero problema?Nell'economia di mercato ci sono procedure standard per cancellare parte del debito e questo perchè sempre nell'economia di mercato chi ha investito male il proprio denaro può anche perderlo.Invece nella crisi del debito degli stati non sembra funzionare così.All'inizio sono state le banche a rischiare il tracollo e i contribuenti le hanno salvate, poi è stato il turno degli stati che si sono a loro volta salvati con l'aiuto ancora dei contribuenti (questa volta però di altri stati).
La soluzione della questione sembra essere lontana e viene naturale chiedersi quanto ancora a lungo potrà andare in scena questo teatrino che vede da una parte i sempre più intransigenti e rigidi creditori (tra cui spicca la Germania) e dall'altra Grecia e Irlanda nel ruolo di vittime sacrificali di un fallimento chiamato Euro.
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