di Fabio Lemmo
La
violenza non si ferma al Cairo. Così iniziano tutti gli articoli
inerenti le rivolte in Egitto delle maggiori testate giornalistiche.
Soli pochi mesi fa i cittadini si riversavano in massa nelle strade
per festeggiare la liberazione dal tiranno, dall’oppressore, da quel Mubarak che di tante colpe si era
reso artefice e di tante vittime si era reso il carnefice. Ma come
spesso accade la realtà è ben distante dal sogno di libertà che
gli stessi manifestanti auspicavano per il loro paese.
Nella matematica si dice che cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia cosi come cambiando il nome del tiranno la politica non cambia. Prima il dittatore, ora l’esercito che addirittura dopo le ultime elezioni vinte dagli oppositori di Mubarak ha continuato a detenere il potere con la stessa ferocia di un tempo. Per Amnesty addirittura i militari risultano essere ben peggio di chi prima governava il paese.
Qui finisce la cronaca, qui finiscono i fatti da narrare; ora ci chiediamo se il peggio sia alle spalle o se debba ancora venire;se le elezioni daranno una svolta democratica per un paese comunque ancora oggi soggetto a certi estremismi islamici oppure se ci dovremmo attendere ancora bagni di sangue. Augurarsi un successo per la democrazia post elezioni non è solo un augurio per il popolo egiziano, ma lo è per quei popoli islamici come la Libia ma anche e soprattutto per quelli a noi più vicini come la Grecia e per la stessa Italia. Si perché l’Egitto è l’esempio di come un cambio di governo se non fatto con la ragione può essere addirittura peggio di chi vi era prima.
Assicurarsi che il futuro sia migliore non vuol dire solo soverchiare con metodi più o meno bellicosi lo status quo ma vuol dire creare una nuova classe dirigente capace di garantire i diritti ai suoi cittadini e capace soprattutto di istruirli ai loro doveri.
Nella matematica si dice che cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia cosi come cambiando il nome del tiranno la politica non cambia. Prima il dittatore, ora l’esercito che addirittura dopo le ultime elezioni vinte dagli oppositori di Mubarak ha continuato a detenere il potere con la stessa ferocia di un tempo. Per Amnesty addirittura i militari risultano essere ben peggio di chi prima governava il paese.
Qui finisce la cronaca, qui finiscono i fatti da narrare; ora ci chiediamo se il peggio sia alle spalle o se debba ancora venire;se le elezioni daranno una svolta democratica per un paese comunque ancora oggi soggetto a certi estremismi islamici oppure se ci dovremmo attendere ancora bagni di sangue. Augurarsi un successo per la democrazia post elezioni non è solo un augurio per il popolo egiziano, ma lo è per quei popoli islamici come la Libia ma anche e soprattutto per quelli a noi più vicini come la Grecia e per la stessa Italia. Si perché l’Egitto è l’esempio di come un cambio di governo se non fatto con la ragione può essere addirittura peggio di chi vi era prima.
Assicurarsi che il futuro sia migliore non vuol dire solo soverchiare con metodi più o meno bellicosi lo status quo ma vuol dire creare una nuova classe dirigente capace di garantire i diritti ai suoi cittadini e capace soprattutto di istruirli ai loro doveri.

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