venerdì 9 dicembre 2011

L’ALTRO STATO




di Fabio Lemmo

Quando nella giornata di mercoledì è stato catturato il boss dei casalesi Zagaria, latitante da ben sedici anni, in molti hanno creduto che potesse iniziare una fase di smantellamento di quella struttura camorristica che da decenni infesta le province di Napoli e Caserta. E allo stesso tempo è partito il solito balletto di ringraziamenti dal capo dello stato al minisistro degli interni, dal capo della polizia al commissario di turno.

Sfortunatamente però la camorra è un animale diabolico dotato di molte teste, e tagliarne una vuol dire irrimediabilmente crearne due in lotta tra di loro. E la politica del dare al cittadino la parvenza di sicurezza con arresti eclatanti ma non strutturali serve solo a desensibilizzare il cittadino dal problema. La verità è che l’arresto di un boss può avere solo due interpretazioni: la prima è che un “capo” ormai scomodo viene regalato allo stato in cambio di favori, la seconda è che nella rara vittoria delle forze dell’ordine, sempre più spesso abbandonate a loro stesse in territori difficili, l’arrestato riesce comunque dall’interno delle carceri a proseguire il suo “lavoro” senza alcun impedimento ed usufruisce per di più di vitto e alloggio erogati dallo stato.

Il problema principale è che dieci, cento, mille arresti saranno sempre vani finché ci sarà sempre qualcuno pronto a sostituire chi prima di lui commetteva delitti; e saranno sempre vani se la popolazione delle zone più colpite da questo cancro continueranno ad avere la visione della camorra pari a quella di uno stato parallelo che garantisce i servizi primari.

Ed è questo il problema principale; fino a che nella piazze dei paesi, come ieri a Casapenna ci saranno persone disposte a scendere in piazza a dire “qui nessuno ci dà più il pane” o a suggerire ai giornalisti di scrivere che lui di male non aveva fatto niente, e con lui intendiamo un criminale assassino, non potrai mai lo stato sconfiggere ed estirpare questo male dalle nostre terre.

Siamo tutti convinti che per molte persone sia la paura a parlare e sia la stessa paura a farli comportare come se anche loro facessero parte di quella macchina bellica, pronta a calpestare tutto e tutti chiamata camorra. Ma per molti, troppi, la camorra è davvero una scelta di vita, un modus vivendi consolidato che ha alla radice momentanei piccoli ed esigui guadagni, che si sviluppano in un arbusto di criminalità e terrore che distrugge le persone sia fisicamente che moralmente.

È difficile chiedere a chi ha moglie e figli il sacrificio di lottare contro quelli che a tutti gli effetti sembrano mostri invincibili, è allo stesso tempo difficile non far sentir sole tutte quelle persone che vorrebbero lottare con tutte le loro forze contro un sistema ormai corrotto, ma non possiamo non chiedere un sacrificio prima a noi stessi e poi agli altri per combattere questo male, perché ora la domanda è solo una: vogliamo vivere schiavi o liberi, anche se il prezzo da pagare è la nostra stessa vita?



martedì 6 dicembre 2011

IL FUTURO SIAMO NOI



di Edoardo Biella


L’Italia è storicamente riconosciuta nel mondo come ” il bel paese”, con i suoi magnifici paesaggi, come patria di inventori, di scienziati, di letterati e uomini di cultura. Il paese dell’inventiva e della gioia di vivere in cui le idee dei giovani venivano coltivate fino a sbocciare. Siamo ancora davvero in grado di sopportare la nostra storia? 

Sembra brutto porsi una domanda tanto pessimista, ma purtroppo è la realtà ; quello che eravamo pesa sulle spalle di un’ Italia che retrocede invece che procedere e che si lascia alle spalle debiti e anni di politica disastrosi.

L'Italia sembra aver preso la strada che porta ad una società che non ascolta, che emargina categorie di persone, una società retrograda e soprattutto una società che invecchia rapidamente. E naturalmente chi ci rimette sono i giovani.Può sembrare un’ esagerazione ma la realtà è questa; un ragazzo studia fino a raggiungere i 25/26 anni per poi non avere la possibilità di coronare i suoi sogni e renderli realtà.

Viene quasi spontaneo domandarsi perché i giovani, proprio loro che sono la base per il futuro, le future menti che scriveranno il progresso del nostro Paese, perché non sono sostenuti? Perché sono costretti a vivere in casa facendo affidamento sui genitori fino ai 35 anni? Perché le nostre aziende non puntano su di loro? Perché le loro idee vengono rigettate senza nemmeno essere prese in considerazione? Perché coloro che tutelano i loro e i nostri interessi (Presidente del Consiglio, ministri, classe politica) hanno dai 60 ai 75 anni?

Viviamo in una situazione imbarazzante, quasi grottesca, in cui per lavorare conta di più avere master di dubbia utilità, che esperienza diretta sul campo; ma come si fa a crearsi esperienza se gli unici lavori che si riesce ad ottenere appena laureato son in nero o con contratti che irridono la dignità e da precari o stagisti?

La situazione di precarietà si riflette nella vita di ognuno di noi e poi ci si lamenta se le grandi menti italiane fuggono in paesi esteri per cercare fortuna e guadagni cospiqui.Esempi di giovani che fuggono in altri Paesi europei per dare libero sfogo ai sogni e alle ambizioni non è più una rarità ma una realtà con cui la nostra Italia deve cominciare seriamente a confrontarsi.
So che questa critica potrebbe sembrare una dichiarazione di svogliatezza, ma non è così, io so che i miei genitori e i genitori dei loro genitori (e così via…) hanno dovuto passare situazioni anche peggiori della nostra.Noi ragazzi non vogliamo tutto facile,non vogliamo la cosidetta “pappa pronta” senza difficoltà da superare.Vogliamo solo possibilità di avere un futuro,vogliamo e chiediamo politiche giovanili a sostegno della ricerca, delle università, del miglioramento delle scuole e del livello di istruzione.Vogliamo qualcuno che ci ascolti, che ci capisca, una classe politica che ci rappresenti, un mercato del lavoro che punti su di noi, vogliamo avere la possibilità di crearci una famiglia con cui poi sostenere il nostro paese.

L’unica via di uscita da questa profonda crisi non è tassare qualunque cosa svilendo ancor di più lo sviluppo, ma puntare sulla novità, sulla freschezza e la voglia dei giovani, perchè il futuro siamo noi e senza di noi l'Italia non può ancora andare molto lontano.

lunedì 5 dicembre 2011

SE POTESSI AVERE MILLE LIRE AL MESE




di Fabio Ciannamea

Ultimamente si sente spesso parlare, anche in autorevoli testate, di un presunto salvifico ritorno alla cara vecchia Lira.E' un sentire comune quello che ci fa ricordare con affetto la vecchia moneta nazionale, ma questo italico amore è giustificato dal ricordo nostalgico di chi le ha avute tra le mani e nulla più.Per i cittadini infatti un passo indietro verso la Lira sarebbe devastante.

Secondo quasi tutti gli economisti un ritorno al passato monetario sarebbe a dir poco disastroso.La nuova moneta che verrebbe a nascere dalla scomparsa dell'Euro sarebbe immediatamente svalutata del 30 o addirittura 60%.Una svalutazione così ingente costringerebbe lo Stato a stampare più banconote facendo però rimanere gli stipendi sempre uguali.Quindi all'atto pratico chi attualmente percepisce 1.500€ di stipendio, andrebbe a percepire 1.500 Lire nuove.Questo perchè la Banca Centrale stampando nuovo denaro manterrebbe costante la propria ricchezza nei confronti del resto del mondo, aumentando di fatto il denaro corrente del 150%, a danno della ricchezza monetaria dei cittadini.

Altro esempio, tenendo le proporzioni di prima, la benzina costa attualmente 1.5€.Con il passaggio alla Lira e la conseguente svalutazione, la benzina costerebbe all'incirca 3.75 Lire al Litro con lo stipendio che rimarrebbe però fermo a 1.500 Lire.Fate voi, dunque, i conti.

Certo, ci sarebbe poi l'altra faccia della medaglia e cioè che diventeremmo un Paese appetibile per gli acquirenti esterni.Quindi ne beneficerebbero in maniera consistente l'industria e il turismo, ma di certo i cittadini ne soffrirebbero ulteriormente perchè tutto ciò renderebbe i prezzi ancora più alti e gli italiani ancora più poveri.

Uscire dall'Euro dunque non sarebbe una via veloce per la ripresa ma un salto nel vuoto che renderebbe l'Italia ancora più povera, instabile e insicura.La cara vecchia Lira che rimanga perciò nei ricordi di chi l'ha usata e di chi ci ha costruito fortune e imperi.Ora la storia è cambiata e l'Italia per sopravvivere ha il dovere di rimanere aggrappata all'Europa e all'Euro, volente, o nolente.

LACRIME DI COCCODRILLO





di Fabio Lemmo

Escluso il popolo dei perbenisti, da sempre pronto a sciogliersi pateticamente al primo cenno di debolezza (vero o finto che sia), il resto del paese che ha visto il pianto infantile quanto inappropriato del nuovo ministro tecnico Fornero avrà pensato beata lei che può piangere perché a noi sono finite anche le lacrime. E si chiede anche chi lo consolerà, visto che lo stesso uomo che ha cercato di risollevare il morale della ministra è colui che sta pesantemente abbassando il nostro.

Mario Monti, classe ’43, è in età più che pensionabile; anche l’altro grande pensionato, Giorgio Napolitano, addirittura chiamato dagli “amici” americani re Giorgio, è in una età in cui l’esperienza andrebbe usata per i nipotini e non per le tasche degli italiani. Questi sono il simbolo di una Italia vecchia che voleva sostituire il recente passato berlusconiano, ma che in realtà riesci quasi a fare peggio.

Oltre a chiederci come un sessantaseienne possa lavorare non in un ufficio, ma magari in un cantiere edile, in una fabbrica o in una cava, o ancora peggio fare il poliziotto dovendo inseguire ventenni armati (vedasi gli scontri di Roma), ci chiediamo il perché dell’introduzione di una delle tasse più odiose e ingiuste che ci siano state dal dopoguerra in avanti: l’ICI.

La casa per gli italiani è per tradizione da sempre il punto di riferimento per la vita di famiglia e per le relazioni interpersonali, un po’ come per gli uomini primitivi il fuoco acceso in una grotta era sinonimo di unione. Chi ha voluto introdurre questa vecchia/nuova imposta sa perfettamente che andrà a guadagnarci perché la pagheranno tante persone e non perché i ricchi da tassare di cui tanto si parla la pagheranno; la verità è che chi possiede grandi metraggi abitativi e potrebbe quindi pagare ingenti somme di tasse, sono gli stessi che hanno la facoltà di nascondere al fisco tali proprietà ed evitare il pagamento.

I trucchi sono molti, come ad esempio intestare case a società fantasma con sede in paradisi fiscali, ma nonostante lo stato conosca bene tali escamotage, non fa nulla dinnanzi all’evidenza poiché come sempre è più facile tassare chi da sempre paga e per sempre pagherà i dissesti economici del nostro paese, piuttosto che tassare chi questo governo lo sponsorizza.

È evidente che anche grazie all’aumento dell’iva la situazione non potrà che peggiorare, gli evasori aumenteranno ancor di più e chi dovrà pagare il buco da loro lasciato saranno gli stessi a cui è aumentata l’età pensionabile che le tasse.

Cara ministra le chiediamo allora di fare un passo indietro, di tramutare le sue lacrime in sorrisi per lei e per noi, perché durante queste festività non vorremmo che il caro vecchio babbo natale, anche lui oppresso dalle tasse inizi a distribuire al posto dei regali bollettini da pagare.

giovedì 1 dicembre 2011

IL NEMICO INVISIBILE




di Fabio Lemmo 

Venticinque milioni di vittime, cinquecentomila solo i bambini; non stiamo parlando di una delle tante guerre di “pace” che mascherano le ricerche di giacimenti petroliferi o il controllo delle esportazioni di stupefacenti.

Oggi giovedì 1 dicembre vogliamo parlare in occasione della giornata mondiale contro l’AIDS dei un nemico subdolo, infinitamente piccolo e incredibilmente devastante: il virus dell’HIV.

Probabilmente molti di noi si sono svegliati stamattina pensando a come il nuovo governo influenzi ancora lo spread o perché lungo i cantieri delle autostrade lombarde e non nascondano discariche abusive di sostanze tossiche; molti ancora si sono svegliati e non sono riusciti a vedere al di là del proprio caffè e il loro unico successo sarà arrivare a fine giornata riuscendo a guadagnarci qualcosa.

Pochi però hanno capito che in questa data simbolica, si vuole ricordare come questo non sia un nemico sconfitto ma che ogni giorno continua a mietere vittime, troppe vittime. Come per altre giornate a tema, questa data non dovrebbe avere un appuntamento fisso ma unico all’anno, ma per trecentosessantacinque giorni l’anno andrebbe ricordato a tutti, soprattutto ai giovani, che non esistendo una cura l’unico metodo per sconfiggere questo mostro invisibile si chiama prevenzione.

Diciamo questo perché il dato emergente negli ultimi anni va assolutamente analizzato e fa emergere uno spaccato della società moderna alquanto critico: se da un lato dal 2010 il numero dei morti è diminuito perché le ricerche mediche stanno facendo passi da gigante per la lotta al virus dell’HIV, dall’altro il numero di chi si ammala è aumentato.

Secondo i dati del ministero della salute il contagio dell’HIV è da annoverare all’81% a rapporti sessuali non protetti, infezioni quindi che si potrebbero evitare semplicemente con l’uso del buonsenso. Con il trascorrere degli anni il fantasma dell’aids si è sempre più allontanato dall’immaginario collettivo, e si pensa ormai che i contagi avvengano in quelle sperdute e poverissime regioni dell’africa dove mamme malate partoriscono bambini malati e morenti.

Vero, ma vero altrettanto che in rapporto agli abitanti dei paesi del nord del mondo la percentuale di malati per abitanti è la stessa, se non maggiore, tenendo conto sempre secondo il ministero della salute, che solo in Italia ogni 3 ore avviene un contagio.

La vita scorre veloce, e tutti siamo distratti da quello che ci circonda ma questa stessa vita tanto bella quanto fugace è una sola ed è preziosa e noi giovani per primo dobbiamo imparare a rispettarla. Basta un piccolo gesto, PROTEGGITI SEMPLICEMENTE.




IL FUTURO IN BILICO



di Fabio Ciannamea

I contratti di natura temporanea sono da tempo ormai una realtà per il mondo lavorativo italiano.Sono spesso criticati e additati come i principali responsabili di una precarietà giovanile che sembra essere una delle principali piaghe dello sviluppo economico del nostro paese.

Ma il precariato è davvero il principale problema della disoccupazione giovanile e del mancato sviluppo economico?La pretesa di un'analisi decisiva è errata, ma occorre fare delle riflessioni sull'argomento in quanto, come spesso accade, la natura del problema non è così evidente come si è soliti pensare.

Parlare di precariato o di contratti temporanei riferendosi all'intero mondo del lavoro, è una generalizzazione che rischia di essere demagogica e fuorviante.Non si possono infatti mettere sullo stesso piano stage fasulli, collaborazioni strampalate legate a improbabili partite IVA, con lavori in somministrazione, contratti a termine finalizzati all'assunzione e apprendistati.I primi infatti sono spesso forme "occulte" di lavoro subordinato utili a fuggire dalla legislazione e ottenere lavoro a basso, bassissimo costo.Dunque il primo problema rilevante in materia di precariato sembra quello della solita cerchia di "furbetti" che evadono la legge, sfruttando i giovani e il loro bisogno di affermazione.

I contratti a termine "legali" e rispettosi della persona infatti rappresentano spesso un ottimo e dignitoso gradino di accesso ad un lavoro fisso e meglio retribuito.Secondo le statistiche è molto più facile e probabile accedere ad un lavoro stabile partendo da un impiego temporaneo che non da uno stato di disoccupazione o inattività.

Una soluzione per arginare il dilagare quasi endemico di contratti a tempo determinato "fasulli" e contro la legge potrebbe essere quello di creare un contratto unico per le assunzioni a tempo determinato.In questo modo gli impieghi temporanei sarebbero decisamente più regolamentati e si andrebbe a combattere maggiormente le assunzioni che violano la dignità dei giovani e perchè no anche il lavoro "nero".

Il problema comunque non è individuabile solo nell'offerta ma anche nella formazione e nella preparazione al mondo del lavoro offerta dalle istituzioni e dalle università ai nostri giovani.L'Italia è il Paese con la più bassa percentuale di giovani che durante il periodo di formazione, ha qualche esperienza di lavoro.Da noi infatti è imperante il sistema del "study first, then work" con il risultato che il passaggio dal mondo universitario a quello lavorativo è tormentato e pieno di difficoltà.Inoltre i giovani, e torniamo al discorso di prima, sono costretti alla fine degli studi a fare lunghi (e spesso mal retribuiti) stage che avrebbero dovuto fare prima.Un'esperienza di lavoro è considerata, dalla nostra cultura, come una perdita di tempo e di concentrazione, al contrario di quanto accade nel nord europa dove l'età media alla quale i giovani si iscrivono all'università è di 23 anni.Forse è eccessivo, ma certamente soffrono meno la transizione tra scuola e lavoro.

In ultima analisi, i servizi al lavoro offerti in Italia sono molto carenti.C'è poca attenzione all'orientamento e poca tradizione nell'assistenza alla ricerca del lavoro.E questo è un grosso svantaggio per i giovani italiani che si trovano ogni giorno di più a fare i conti con disoccupazione e sfruttamento, con il conseguente svilimento delle loro capacità e delle capacità economiche e produttive dell'Italia.

lunedì 28 novembre 2011

IL VALORE LEGALE DEI TITOLI DI STUDIO




di Fabio Ciannamea

Il valore legale dalla laurea è un inutile orpello o è un "sigillo" di garanzia che lo Stato da alle Università italiane?Rispondere con certezza è assolutamente difficile, ma porsi la domanda è un diritto più che legittimo.

Secondo gli "abolizionisti" l'eliminazione del valore legale dei titoli di studio servirebbe a mettere in concorrenza tra loro le Università e questo sarebbe un efficace rimedio contro le inefficienze e gli sprechi degli Atenei italiani.Infatti se lo stesso titolo di studio cessasse di avere identico valore se conseguito a Milano piuttosto che a Roma, avrebbe un valore stabilito dal mercato e costringerebbe così le Università a cercare i migliori docenti e a fornire i migliori servizi possibili agli studenti.

Quindi l'intenzione sarebbe quella di dare un valore più sostanziale e meno formale alla formazione universitaria rendendo l'offerta ampia, concorrenziale e regolata dal mercato.Almeno questo in teoria e seconde le intenzioni di chi è favorevole all'abolizione.

Ma davvero una tale riforma ridarebbe nuova linfa vitale al sistema Accademico italiano oramai in crisi da diverso tempo?C'è chi ritiene di no.

Infatti abolire il valore legale significherebbe semplicemente negare il principio di eguaglianza dei titoli stessi privando così chi ha conseguito la Laurea della garanzia legale assicurata dallo Stato.
Il valore legale del titolo dunque non rappresenterebbe nessuna forma di privilegio ma avrebbe solo la funzione di mettere sullo stesso piano formale tutti i laureati (anche quelli che non possono permettersi le Università più prestigiose e costose).Starà poi a loro darsi da fare per entrare concretamente nel mercato del lavoro.

La questione è complessa e coinvolge già da diversi anni sia gli ambienti politici che quelli economici e accademici senza che però se ne riesca ancora a venire a capo concretamente.





ITALIA, UN PAESE A DUE VELOCITA’



di Fabio Lemmo

Ogni giorno in tutta Italia decine di migliaia di studenti, lavoratori o turisti usano i treni per raggiungere la loro meta. La storia è sempre la stessa, il film ha sempre la stessa trama; si paga un biglietto salatissimo, si sale sul treno dove il seggiolino più comodo rimasto libero è quello vicino la toilette, si sopportano temperature gelide di inverno e torride d’estate e ci si reputa fortunati se il convoglio non ha più di dieci minuti di ritardo. 

Questa situazione congenita nel sistema ferroviario italiano e quasi paradossalmente un collante per il popolo del belpaese, che dalle ferrovie nord del milanese passando dalla circumvesuviana nel napoletano, si trova ad affrontare sempre gli stessi problemi. 

La forza lavoratrice e una grande massa di studenti ogni giorno subisce la castrazione delle proprie forze psicofisiche nel momento della giornata in cui avrebbe bisogno invece del massimo sostegno; nessuno pretende un mondo utopico, dove come si diceva nel ventennio i treni sono sempre in orario oppure si riesca a stare tutti seduti e nessuno tantomeno pretende di viaggiare su limousine con champagne e belle ragazze. La pretesa del viaggiatore è semplicemente quella di poter andare a fare il suo dovere, sia esso studio si esso lavoro, in modo dignitoso e umano. 

Le condizioni di viaggio mostrano come la struttura ferroviaria sia assolutamente inadeguata a spostare la grande massa di viaggiatori lungo tutto il percorso nazionale. La lista di problemi e mancanze potrebbe continuare per molte righe ancora ma va interrotta perché per qualcuno invece il problema non è forse così importante. 

Oggi a Roma è stata inaugurata la nuova stazione Tiburtina, il primo hub italiano dell’alta velocità costato 300 milioni di euro. Un paese che vuole crescere e vuole far crescere i suoi cittadini senza dubbio deve investire grandi capitali nella infrastrutture siano esse di trasporto passeggeri siano esse per il trasporto merci. E siamo tutti estremamente convinti della bontà di un progetto del genere soprattutto quando da lavoro oggi a manovali e operai e domani ad operatori del terziario. C’è però la forte convinzioni che una scala non possa essere costruita senza il primo gradino che la tiene attaccata al pavimento. 

Non possiamo immaginare un futuro di decine di treni ad alta velocità comodi e costosi per lo più utilizzati da chi ha un reddito superiore alla media, quando migliaia di altri treni ogni giorno paiono attraversare il vecchio far west date le pessima condizioni di viaggio che offrono ai pendolari, la classe che meno ha beneficiato di ogni investimento fatto negli ultimi anni. 

 Grandi parole di elogio per l’opera sono state espresse dal presidente Napolitano, ma non una sola parola detta nelle stazioni dove ogni mattina e ogni sera le “vittime” del sistema trasporti sono costrette a riversarsi in massa, non avendo altra alternativa che l’uso del proprio veicolo, cosa che renderebbe ancor più invivibile le strade cittadine.

Vicino la nuova stazione romana sono state addirittura costruiti musei e centri congressi e non un euro è stato speso per ammodernare e rendere umanamente vivibili i servizi igienici su un intercity o un treno regionale.

 La speranza per il futuro è che parallelamente agli investimenti fatti per i nuovi treni siano doverosamente attuati tutte quelle procedure di riqualificazione dei servizi sia a bordo che in stazione per i pendolari. Il rischio infatti non è più solo quello di perdere il treno, il rischio è quello di perdere la dignità.